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La guerra nel Cassinate
Alla ricerca del germe buono
di
Anna Maria Arciero


Azioni di guerra, efferatezze, bombardamenti, strategie, errori e successi bellici, uccisioni, deportazioni, prevaricazioni, sofferenze, storie semplici di umile gente e piani di battaglia preparati con lucido accanimento.
In questi due ultimi anni, 2013 e 2014, per la ricorrenza del settantennale, sono venute alla luce tante nuove testimonianze, tutte interessanti, che hanno aggiunto tasselli alla storia cassinate. Scorrere la bibliografia, anche solo sul nostro bollettino, dà l’idea del lavorìo che c’è stato intorno all’argomento «guerra».
Da appassionata della materia, mi sono riletta i testi che posseggo, alla ricerca di “notizie di bontà”: atti in cui il germe buono dell’umanità ha prevalso sulla violenza scatenata dalle azioni belliche. Ho cercato non tanto le storie di singoli - chè di quelle, in verità, tramandate dai sopravvissuti, ce ne sono tante - quanto le azioni tra avversari, tra nemici, allorché un barlume di bontà faceva intravvedere fratellanza, desiderio di pace e di fiducia nell’umanità, che forse è in fondo al cuore di ogni combattente.
Devo dire che la pila di testi che ho davanti a me, purtroppo ne mostra ben pochi con il segnalibro.
Trascrivo da Inferno a Cassino, di Harold L. Bond, un ufficiale americano che partecipò al tentativo di attraversamento del Gari, nelle notti del 20-22 gennaio ’44. Tutto il libro è un documento di ricordi, narrati perché vissuti in prima persona, ma colpisce l’emozione con cui il Bond descrive la situazione all’indomani delle due disastrose notti, mentre è intento ad osservare oltre il fiume.
«Avvenne poi una cosa strana. Accadde nelle prime ore del pomeriggio del quarto giorno dall’inizio dell’offensiva sul Rapido. Tutto pareva dormire. Non volava un solo uccello. Poi, all’improvviso, laggiù all’estremità orientale del paese, vidi gente uscire dalle case. Guardai attentamente col binocolo e costatai trattarsi di tedeschi. Venivano nella nostra direzione. Gli uomini, che in distanza sembravano piccolissimi, camminavano lentamente per i campi, ora sostando e chinandosi, ora alzandosi e proseguendo.
Se avessi avuto i mortai a disposizione avrei sparato appena possibile, senza nemmeno chiedermi perché i tedeschi si esponessero, nelle prime ore del pomeriggio, in piena vista dei nostri osservatori. Venni a sapere che era stata chiesta una tregua per portar via i feriti.
Gli ufficiali tedeschi erano stati di una cortesia estrema con i nostri della sanità, che ora vedevamo emergere dai ripari sul nostro lato del fiume. I tedeschi avevano indicato, per il pronto soccorso, i feriti più gravi. Quelli che erano ancora vivi furono evacuati sulle nostre linee, trasportandoli attraverso il fiume sui pochi battelli pneumatici rimasti dopo l’attacco. Vennero presi non soltanto i feriti, ma anche i cadaveri, che erano molti e che furono raccolti e portati via. Una volta scomparso il portaferiti con la bandiera bianca oltre la cresta dell’altura, la tregua poteva dirsi ufficialmente terminata, ma nessuno aprì il fuoco col calare della notte. L’intero fronte rimase silenzioso al buio. Sembrava che tutti fossero riluttanti a spezzare la breve pace durante la quale i tedeschi avevano guidato gli americani nei punti dove giacevano i compagni»1.
Anche al lettore vien voglia di fare un minuto di silenzio: rispetto per i caduti, rispetto per la leale generosità dei tedeschi.
Böhmler narra che il 19 marzo i paracadutisti tedeschi, tentando di riconquistare Rocca Janula, sferrarono un cruento attacco. «Il comando britannico della Rocca Janula, dopo il fallito attacco tedesco contro il castello, concesse una tregua di due ore durante la quale indiani e tedeschi raccolsero morti e feriti. A fianco a fianco essi svolsero questo dovere di soldati, non come nemici, ma come amici. I difensori del Castello consegnarono i feriti tedeschi e il competente ufficiale sanitario britannico mise persino a disposizione dei paracadutisti quattro barelle per il trasporto dei feriti. Gli indiani riempirono le tasche dei loro avversari, e non soltanto dei feriti, di sigarette e cioccolato, offrirono la loro borraccia per bere. Il giorno seguente accolsero gli infermieri tedeschi che riportavano le barelle con tutta la cavalleria caratteristica della loro razza ...»2. Considerato che Böhmler è un testimone tedesco e spesso parziale, come ha dimostrato Nando Tasciotti nel suo Montecassino 1944, notando inesattezze e discordanze con il Diario Grossetti-Matronola, quanto riportato risulta ancor più apprezzabile e veritiero.
Anche Walter Nardini3, in Cassino fino all’ultimo uomo, racconta un episodio confortevole e cioè di quando, la notte del 23 marzo ‘44, dopo che tra le macerie di Cassino si era combattuto corpo a corpo e si erano avute 300 perdite per scovare un solo cannone tedesco, era arrivato l’ordine di sospendere ogni attacco nella città. La rocca Janula era in mano ai britannici, l’abbazia e la città rasa al suolo in mano ai tedeschi. Nel tentativo di arrivare a Montecassino, la quarta divisione indiana si era arrampicata sulla “Collina dell’impiccato”, ma ora, rimasta isolata, aveva bisogno di viveri e medicinali (che, lanciati dagli aerei, finirono in braccio ai tedeschi, con loro sommo piacere). Avendo ricevuto l’ordine di ritirarsi presso il Castello, i gurka superstiti avrebbero dovuto passare in uno stretto corridoio sorvegliato dai tedeschi presso l’hotel Continental (Excelsior). Escogitarono un piano: mentre l’artiglieria sparava verso l’abbazia e dalla loro radio continuavano a inviare richiesta di munizioni e viveri per non insospettire i tedeschi, tutti i gurka, anche i sani, si fasciarono con vistose bende «fingendo ferite che non esistevano. La notte era chiara e la visibilità perfetta. I paracadutisti tedeschi guardavano la scena e capivano molto bene che cosa stesse succedendo: nessuno di loro azzardò una mossa, nessuno ebbe il coraggio di fare qualcosa, e tutti rimasero muti, anche se più d’uno si domandava se le ferite che quelli mettevano in mostra esistessero realmente. Il tenente Wolk aveva dato personalmente l’ordine di non sparare, e guardò gli indiani passargli davanti, come ombre che provenivano da un altro pianeta. Quando un ufficiale volle poi constatare di persona l’entità delle ferite, si accorse facilmente di essere stato ingannato. Intimò alla fila di fermarsi, ma era già troppo tardi: 277 tra indiani, inglesi e neozelandesi avevano raggiunto ormai il Castello».
Il Böhmler, di parte tedesca, racconta lo stesso episodio, aggiungendo che «a piccoli gruppi, sventolando attivamente la bandiera della Croce Rossa, scivolarono attraverso la falla larga 200 metri, che si apriva tra il Castello e Cassino». Un atto di stima e di solidarietà tra soldati che lealmente si sono combattuti «senza però violare le leggi della cavalleria», commenta il Böhmler.
Così pure l’altro episodio, raccontato dal Majdalany4, circa il gurka che si era smarrito nella notte sulla Collina dell’Impiccato e, vagando di qua e di là, si ritrovò in città e si rifugiò in un carro armato distrutto. Si avvicinò un sergente tedesco: il gurka gli sparò alla gola. Poi, non senza rischio, rimase lì il tempo necessario per fasciare la ferita al tedesco e infine ritornò sulla montagna, tutto contento e carico di sigarette americane che aveva trovate dentro il carro armato».
Si trovano anche testimonianze di umanità e fratellanza nella letteratura locale. Il cassinate Tancredi Grossi, ne Il calvario di Cassino5:
«Da chi era stato mandato, proprio in casa mia quel giovane ufficiale medico austriaco, che doveva salvare la vita a mia moglie? Senza una levatrice, senza un medico, su una montagna in zona di operazioni, sotto i lancinanti dolori di un parto difficilissimo e anormale, sarebbe certamente morta, se la Provvidenza non avesse volto il suo sguardo su una famiglia già tanto tribolata, e non avesse mandato quel suo messo, in veste di ufficiale medico austriaco, il cui volto, il cui animo avevano veramente qualcosa di mistico, di ascetico, di celestiale. Quando salii nella cameretta, trovai il dottore sempre curvo sulla creaturina, non ancora rassegnato a cederla agli artigli della morte. Ma verso l’alba, nonostante tutti gli sforzi, il cuore del neonato cessò di battere. Il medico, la cui missione era ormai terminata, depose dolcemente quel corpicino sul letto accanto, e s’avvicinò, calmo e sereno a mia moglie, e, dopo averle espresso tutto il suo dispiacere per non aver potuto strappare il bambino alla morte, cercò, con parole dedicate e gentili, di lenire il dolore di lei, che piangeva sommessamente».
Racconti che fanno bene al lettore: una sorta di brodo caldo per l’anima.
Ci sono stati anche episodi di goliardia, forse voglia di scherzi guasconi, quasi a voler esorcizzare la cruda realtà della guerra.
Così David Hapgood e David Richardson6 in Montecassino:
«Dopo la battaglia del Rapido i Tedeschi restituirono un piccione viaggiatore finito in loro mani, con un messaggio beffardo: “Rieccovi il vostro piccione. Abbiamo abbastanza da mangiar, e per di più aspettiamo con piacere il vostro prossimo tentativo”».
L’episodio è tratto dal Bloody River: the real tragedy of the Rapid e sta a dimostrare quanto l’attacco americano sul Gari (non il Rapido come si ostinano a chiamarlo gli alleati) non avesse turbato i tedeschi, che non solo respinsero l’attacco senza chieder aiuto ai reparti vicini, o rinforzi da Roma, ma addirittura, mentre gli americani stavano attaccando, inviarono truppe ad Anzio dal fronte della valle del Liri.
Nel recentissimo volume di Franco Di Giorgio ed Erasmo Di Vito, Memorie di un popolo, fra le varie testimonianze di guerra vi è riportata quella resa nel giugno del 1999 da Wilhelm Walter, all’epoca giovane sottufficiale della 15ª Divisione corazzata tedesca di stanza nella Valle del Liri, a poche centinaia di metri a nord di Pignataro Interamna. Si tratta di una «storia straordinaria di una amicizia impossibile, quella tra una famiglia ed un soldato nemico». In sostanza il sottufficiale scovò, riparata in una grotta situata in via Fontana Rosa a Pignataro, la famiglia Siciliani (padre, madre, una neonata e i nonni). Avrebbe voluto farli sfollare oltre Frosinone ma quel nucleo familiare lo scongiurò di rimanere lì e così fece. Quando gli riusciva portava del cibo nella grotta e alla fine si venne a instaurare una certa confidenza. I genitori raccontarono che la loro figlioletta, nata cinque settimane prima, il 2 gennaio 1944, e ammalata, non era stata battezzata. Wilhelm impartì egli stesso il sacramento del battesimo chiamandola Anna, per ricordare il nome della moglie. Una notte, improvvisamente, fu trasferito con tutta la sua unità in ritirata. A fine guerra tornò salvo in Germania. Nell’ottobre del 1950, in occasione dell’Anno Santo, decise con la moglie di andare a Roma. Raggiunse un amico a Ripi e da lì, in motocicletta, arrivò a Pignataro. Raggiunta la contrada di Fontana Rosa chiese informazioni ad alcune donne del posto. Appena accennò all’episodio «tutti compresero giacché nella zona era molto noto». Quando arrivò finalmente nei pressi dell’abitazione tutta la famiglia gli andò incontro: «il papà Antonio, la madre Antonietta, i nonni, ed Anna con il suo vestito della festa messo in fretta e furia. Nel frattempo aveva compiuto sette anni». Da allora, conclude Wilhelm, entrò a far parte della parentela7.
Mi piace chiudere con la seguente breve frase che mi ha colpita rileggendo Cassino fino all’ultimo uomo: «Aprile. Il nudo colle di Montecassino si erge ancora ad ostacolo insormontabile per le migliaia di uomini schierati ai suoi piedi. Piove. Anche il cielo sembra essersi schierato dalla parte del nemico. I tedeschi passano il tempo come possono. La notte, dalle loro trincee, si sentono le note di Lily Marlène, e gli inglesi fanno loro coro».
Ecco, l’animo di quei soldati anelava alla fratellanza.

 

1 L.H. Bond, Inferno a Cassino, Mursia, Milano 1973.
2 R. Böhmler, Monte Cassino, Castoldi&Baldini, Milano 1964. Böhmler era stato comandante dei paracadutisti tedeschi a Cassino.
3 W. Nardini, Cassino fino all’ultimo uomo, Mursia, Milano 1975.
4 F. Maydalany, La battaglia di Cassino, Garzanti, Milano 1958.
5 T. Grossi, Il Calvario di Cassino, Lamberti, Cassino 1977.
6 D. Hapgood, D. Richardson, Monte Cassino, Rizzoli, Milano 1985.
7 F. Di Giorgio, E. Di Vito, Memorie di un popolo, Ivo Sambucci editore, Cassino 2015.





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