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Tra le pieghe di una brillante carriera
Un ciociaro a Via Solferino
di
Costantino Jadecola

 

10«Fontana, il ciociaro che dovrebbe resuscitare la borghesia spompata»: questo il titolo dell’articolo scritto da Giuliano Ferrara su «Il Foglio» del 3 maggio dell’anno scorso quando Luciano Fontana, da Frosinone, venne nominato direttore del «Corriere della Sera».
Un fatto importante per una provincia come la nostra (ma è ancora tale?) abituata ad annaspare nelle ultime posizioni delle classifiche annuali sulla qualità della vita. Un fatto che, però, pare non abbia dato luogo a riscontri eclatanti, di quelli talvolta riservati a soggetti protagonisti di imprese di spessore di molto inferiori.
«Il ciociaro a via Solferino», scrive Ferrara in quel suo articolo, «dopo i semidei siciliani, i romagnoli, i fiorentini di Pian de’ Giullari e i genovesi con piede marino, e altri dell’Italia risorgimentale tutta, bè, il ciociaro, in diretta dallo Stato Pontificio, si fa notare. Temperamento sodo, spontaneità educata ma coriacea, disciplina come dote naturale, e anche autonomia, dovrebbero caratterizzarlo. A guardarlo adesso, seduto di sghembo sul tavolone della sala Albertini, divisa grigio-blu in panno d’ordinanza, il nuovo direttore sembra il ritratto fotografico di un ‘corrierista’ fatto e rifatto. Ma per come lo conosco io, le cose stanno altrimenti».
Intanto, precisa Ferrara, Fontana «è comunista vero. Nasce nel comparto della gavetta dell’Unità ai tempi, tra i Settanta e gli Ottanta, in cui quello del giornalista comunista era un onesto lavoro politico, nutrito di spirito professionale e osservante di regole militanti da buon giornalismo schierato e partigiano, di tendenza si dice oggi. Lo incontravo nella sua timidezza, scaltrita dalla vita e da un passo evidentemente più sicuro di quanto sembrasse, a Villa Mirafiori, che all’inizio degli Ottanta era la sede della facoltà di Filosofia dell’Università di Roma, un edificio savoiardo infiorato di giardini e biblioteche e aule sulla via Nomentana. Un tipo così, studente-lavoratore dell’umile Italia preappenninica, non deve sentire complessi di sorta».
L’«amichevole perfidia», come Fontana definisce le cose scritte su di lui da Giuliano Ferrara ricordando la parentesi universitaria, viene tirata in ballo dal direttore del «Corriere» in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Maurizio Federico, Frosinone alla fine dell’Ottocento, presso il salone del palazzo della Provincia sul finire dello scorso anno.
Quel pomeriggio il clima è quello che è. Ed è inevitabile che ci sia un ritorno al passato. Come una considerazione sui molti giornalisti sfornati sia dal liceo classico che da quello scientifico del capoluogo. Al punto, ricorda Fontana, che c’è stato «un caso straordinario proprio al Corriere della Sera dove sia io che l’amico Dario Di Vico (originario di Ceccano, ndr) eravamo tutti e due vice direttori. Cosa, questa, che non sfuggì a Montezemolo: ‘Ma com’è possibile che al Corriere della Sera su cinque vicedirettori due siano di Frosinone?’. E, Di Vico, pronto: ‘Dottore, questi lavori al nord non li vuol fare più nessuno!’».
Ma perché il direttore del più importante quotidiano italiano un giorno di dicembre si è mosso da Milano per venire fino a Frosinone a presentare un libro? Non è cosa che capiti tutti i giorni. Ma, se capita, un motivo deve pure esserci.
Il perché già me l’aveva confidato Maurizio Federico. Sentirlo dire dal direttore Fontana ha, però, tutt’altro sapore: «A Maurizio Federico mi lega un episodio della vita per me, come dire, determinante per quello che mi è accaduto dopo. Naturalmente in quel momento non lo avrei mai immaginato; non avrei mai pensato, nella prospettiva più rosea, di diventare direttore del Corriere della Sera. Diventare giornalista sì. Era una cosa che mi era sempre piaciuta, era quello che volevo fare.
«Maurizio Federico ha una parte importantissima, di cui gli sarò sempre grato. Maurizio a un certo punto decide che non gli va più di fare il corrispondente dell’Unità e mi propone come suo sostituto. Avevo allora 23 anni e naturalmente fui felicissimo. E da lì è iniziata l’avventura. Ancora conservo la lettera con cui mi presentava che per me è stato un passaggio di vita davvero straordinario».
Siamo agli inizi degli anni Ottanta. È del 1986 l’assunzione all’«Unità» diretta da Emanuele Macaluso e poi, nel 1997, il passaggio al «Corriere della Sera» dove, dopo esserne stato prima vice direttore e poi, dal 2009, condirettore, il 1º maggio 2015 Luciano Fontana succede a Ferruccio De Bortoli.
Che dire? Una bella storia. Addirittura di questi tempi.





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